Gli oggetti e noi

L’umano è la traccia che l’uomo lascia nelle cose, è l’opera, sia essa capolavoro illustre o prodotto anonimo d’un’epoca. È la disseminazione continua d’opere e oggetti e segni che fa la civiltà, l’habitat della nostra specie, sua seconda natura. Se questa sfera di segni che ci circonda del suo fitto pulviscolo viene negata, l’uomo non sopravvive. E ancora: ogni uomo è uomo-più-cose, è uomo in quanto si riconosce in un numero di cose, riconosce l’umano investito in cose, il sé stesso che ha preso forma di cose.

[“Collezione di sabbia” di Italo Calvino]

 Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.

[“Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello]

 

In questo articolo proverò a tracciare un percorso diviso in tre parti che affronta la relazione tra gli esseri umani e gli oggetti. Lo spunto mi è stato offerto da una profonda e interessante discussione che si è aperta nel gruppo di auto mutuo aiuto in cui partecipo: Girasole. Nella prima e seconda parte indagherò due dimensioni immateriali delle cose, mentre nella terza osserverò il portato simbolico, culturale e affettivo di alcuni oggetti in particolare.

Parte 1- Oggetti persona-agenti

Gli oggetti, solitamente vengono visti in opposizione ai soggetti, quindi qualcosa di inanimato, materia inerte, pertanto utilizzabile, a nostro servizio, addirittura futile. Eppure le nostre vite sono piene di “cose” e le nostre soggettività sono circondate e addirittura costituite anche da oggetti. C’è perciò qualcosa di più negli oggetti, tant’è che ci sono cose cui viene data devozione, materia sacra, oggetti intoccabili, custoditi come preziosi pur avendo un valore economico basso.

La “roba” è capace anche di regalarci emozioni, c’è chi ama e prova piacere nel comprarne e possederne, per alcuni è addirittura una patologia. Non esiste una vita senza oggetti, sono sempre con noi, ci vestono, ci offrono comodità, svago, lavoro, possono essere anche di vitale importanza. Mi riferisco a quelli che vengono inseriti all’interno o posti all’esterno del nostro corpo, lo potenziano, ne suppliscono le mancanze o addirittura ci salvano la vita. Basti pensare a quegli interventi chirurgici che prevedono l’inserimento di valvole, ferri, silicone e altri materiali, o semplicemente agli occhiali da vista o alle lenti a contatto. Gli oggetti quindi sono a tal punto in relazione con i soggetti che talvolta è difficile stabilire un confine. Ma procediamo con ordine.

Gli abiti e gli accessori che indossiamo, non servono solo per coprirci, ma rappresentano molto di più: la maglietta è scelta con attenzione tra tante, segue criteri estetici soggettivi, la forma e i colori in qualche modo ci rappresentano; il bracciale regalato rappresenta un legame caro perciò non viene mai tolto; le scarpe non sono forse le più comode, ma sono di moda; la borsa non serve solo a contenere un’altra miriade di oggetti, ma la sua marca può descrivere anche lo status economico e il genere. Insomma, anche senza andare ad analizzare cose dal portato simbolico più complesso si può dire che gli oggetti sono parte della nostra identità, parlano di noi e ci aiutano ad essere completamente noi.

Che cosa accadrebbe se ne fossimo spogliati?

Diversi studiosi hanno scritto di quest’ultima eventualità come di un processo di spogliazione del “sé”, che si verifica con una serie di imposizioni di regolamenti e di manipolazioni del corpo standardizzati che mortificano l’individuo. Basta pensare a ciò che accade in quei luoghi in cui le persone vengono private delle proprie cose: scuole, ospedali, prigioni, manicomi, hotspot, lager ecc. Alcuni di questi processi non sono solo umilianti (indossare una divisa, tagliare i capelli), ma sono vere e proprie profanazioni del sé. Questo cambiamento esteriore produce a diversi livelli anche effetti sul modo in cui noi stessi ci vediamo e sul modo in cui la società ci identifica.

Per essere persona, quindi, non è sufficiente il nostro corpo nudo, ma tutta una serie di accessori, che si potrebbe dire ci conferiscono personalità. Questi oggetti ideati, modellati e prodotti dall’uomo in qualche modo sono dotati di soggettività, come se noi attraverso il nostro pensarli e il nostro fare avessimo lasciato impressa una parte di noi e che ora essi ci completassero. I soggetti sono quindi una combinazione di umanità e tecnica e le cose sono compagne della nostra vita, dialogano con noi, raccontano di noi, mediano il nostro rapporto con il mondo, sono la nostra seconda natura.

Un ulteriore passaggio concerne la capacità che gli oggetti hanno di influire sulla nostra vita, non solo entrando a far parte della nostra identità, ma anche modificando le nostre abitudini, il nostro pensiero, e anche le cellule del nostro corpo. Oggetti che fanno questo sono quindi dotati di una capacità di azione (agency sociale). Basti pensare ai numerosi studi sia in abito neuro-psicologico che sociale, i quali dimostrano come ad esempio gli smartphone abbiano un grande potere sulle persone. Il loro utilizzo non solo ha modificato il nostro modo di comunicare, ma anche di organizzare le nostre giornate, i nostri spostamenti, il nostro intrattenimento. Passiamo talmente tanto tempo di fronte a quello schermo che persino la muscolatura delle nostre mani e la gestualità è cambiata. C’è chi ipotizza che il suo uso eccessivo possa diventare dipendenza, e le sue radiazioni provocare malattia.

Non serve che un oggetto sia “animato”, ovvero in grado di interagire attivamente con noi, ma anche oggetti “inanimati” influiscono in modo determinante sul modo in cui si agisce da soggetti nei confronti di altre persone. Gli oggetti agiscono come soggetti capaci di contribuire alla produzione della realtà, perciò sono in grado di modificare con la loro presenza le interazioni umane. Non sono soltanto gli uomini a fabbricare i prodotti ma sono gli stessi prodotti a plasmare la vita e l’identità degli uomini.

… fine della prima parte.

Parte 2:

Gli oggetti possono nascere come merci, ma possono nel tempo acquisire un valore diverso (religioso, affettivo, artistico ecc.) e perdere anche la funzione per cui sono stati creati, possono venire abbandonati e dimenticati, essere riscoperti e rimessi in circolo con nuovi significati.

Anche una volta abbandonati, gli oggetti possono continuare ad avere un’esistenza autonoma, portando tracce immateriali fatte di ricordi e tracce materiali (capelli, cellule della pelle, impronte digitali, odori…) dei precedenti proprietari. L’antropologa Annette Weiner ha teorizzato l’esistenza di “oggetti inalienabili”, per lo più ereditari, di famiglia, i quali pur cambiando il fruitore, conservano in loro stessi la traccia di chi li ha posseduti.

Ci sono in particolare oggetti simbolicamente “densi” che rimandano con la loro tangibilità, a esperienze e incontri, si potrebbe dire che questi hanno una vera e propria “biografia culturale”. Quelli usati, in particolare, sono “oggetti di memoria”, espressione e agenti di memoria, con una biografia ed un valore sociale immateriale.

Le persone quindi inscrivono valore dentro agli oggetti e questi ultimi intervengono nel nostro comportamento, producono degli effetti, hanno cioè la capacità di agire socialmente modificando lo statuto delle interazioni in cui vengono collocati. Pertanto noi siamo in relazione con gli oggetti o per meglio dire con soggetti “freddi” che interagiscono con i soggetti sociali creando dinamiche di reciproca influenza.

Gli “oggetti persona”, quelli appartenuti a persone vicine, amate, ancora pieni di tracce e di soggettività impressa loro dal possessore, hanno un grande potere su di noi, continuando, ad esempio, ad essere in qualche modo il medium tra noi e la persona che li ha lasciati. Questa associazione è talmente forte e il potere esercitato è talmente presente, che la nostra mente compie delle vere e proprie personificazioni.

Gli oggetti cessano di essere maglia, portafoglio, occhiali e divengono Giovanna, Stefano, Cristina. Per questo talvolta non li tocchiamo nemmeno, rimangono là dove erano stati posizionati intenzionalmente o meno, per abitudine o casualmente, dalla persona che identificano. A volte non li tocchiamo, non vorremmo contaminarli con le nostre sostanze corporee, e guardarli ci provocano un immenso dolore, ma anche piacere, siamo commossi, perché sono lì a ricordarci quello che è stato. Altre volte vogliamo che ci seguano dovunque, che siano sempre con noi. Riusciamo persino a sentirci in colpa se li dimentichiamo o perdiamo perché rappresentano oggettivamente una presenza che vorremmo fosse ancora viva. L’antropologa Véronique Dassié parla di questi oggetti d’affezione, che talvolta sono veri e propri oggetti del corpo (capelli, denti), come di “reliquie profane”.

Tutto questo non è insensato, come abbiamo visto sino ad ora, ha una sua logica, affettiva, relazionale. Quello che possiamo chiederci è se quegli oggetti così potenti ci stiano tenendo loro prigionieri o se siamo noi a tenere imprigionati loro, per esempio quando fermano il tempo. Ad ogni modo qualsiasi sia la risposta questo tipo di relazione ci ricorda che, come le persone non ci appartengono e dobbiamo imparare a lasciarle andare, noi possiamo svincolarci anche da questa prigionia.

Ciò non significa sbarazzarsi degli oggetti, perché costituiscono una parte importante della vita, ma sarebbe riduttivo pensare che essi siano l’unica cosa che ci resta, perché ciò che resta è molto di più e ben più grande e soprattutto abita in ciascuno di noi. Possiamo decidere di avere relazioni di reciproca libertà anche con gli oggetti.

L’oggetto liberato è ancora un oggetto pieno di vita, può essere apprezzato e utilizzato da altri e chissà se in questo modo possa anche continuare a far vivere con più libertà tutte le persone che nel tempo lo hanno posseduto.

Caterina Zanatta Pivato | Antropologa culturale Équipe Rimanere Insieme ADVAR

La solidarietà è un dono che attraversa il tempo.


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