Il vuoto che si fa spazio
“Abbiamo il cuore a sinistra e non al centro del petto per un semplice motivo:
quando abbracciamo chi amiamo,
il battito del loro cuore riempie il nostro lato vuoto”.
(Anonimo)
All’arrivo delle vacanze, generalmente, nutriamo aspettative di serenità, di momenti condivisi, di viaggi intrapresi o, semplicemente, di occasioni per stare con noi stessi.
Ma non è così per tutti.
Questo periodo, infatti, è molto temuto da chi sta vivendo il dolore per un lutto.
“Non riesco neppure a immaginare di ritornare in quell’isola che piaceva così tanto a entrambi. No, non ci tornerò mai più, perché sentirei solo la sua mancanza”, mi raccontò un giorno Elisa, che aveva chiesto aiuto al nostro servizio ADVAR Rimanere Insieme per elaborare la morte di Mario, suo compagno da una vita.
“Ieri il mio datore di lavoro mi ha comunicato che ho cinque settimane di ferie arretrate da fare, ma non ne ho voglia. Mi spaventa l’idea di ritrovarmi a casa da solo per tutto quel tempo, perché non ho voglia di andare in nessun posto”, sbottò un giorno Luca, quando gli chiesi come avrebbe affrontato l’estate alle porte, a due mesi dalla morte dell’adorata moglie Mara.
Andare in vacanza sia per Elisa che per Luca significava, quindi, affrontare la mancanza e il vuoto che sentono dentro e fuori di loro.
Il tema del vuoto è un argomento delicato, sul quale l’uomo da sempre si interroga, ma che io oggi vorrei declinare, a partire dalle esperienze elaborative delle persone in lutto che, come ADVAR Rimanere Insieme, sosteniamo e accompagniamo da ormai 27 anni. Mi saranno di aiuto anche le parole che le persone usano comunemente e la loro origine linguistica.
Affrontare il vuoto fuori e dentro di noi
Le parole che pronunciamo ogni giorno – ne abbiamo già dissertato in un precedente articolo[1] – celano spesso significati antichi che oggi ci sfuggono, ma che nondimeno influiscono su di noi a livello profondo. Ben lungi infatti dall’essere un termine che indica solo svago e riposo, la parola “vacanza” deriva dal verbo latino vacare che, tra i vari significati, vuol dire anche “essere vuoto, essere privo di qualcosa”. Non solo: la stessa radice linguistica ricorre, sempre in latino, anche nella parola vacuus, che vuol dire “essere svuotato, mancante di qualcosa”[2].
Andare in vacanza, da un punto di vista linguistico, rinvia certamente – e soprattutto – a un’attività di svago e di mente svuotata dai pensieri ordinari, ma può anche assumere il significato di “incontro con il vuoto dentro e fuori di me”, che è proprio ciò che più spaventa un dolente. In realtà, la società contemporanea tutta teme l’esperienza del vuoto, tanto da volerlo riempire il più possibile con attività e frenesia, per ignorarlo e bypassarlo. Il dolente, però, non ha più l’alibi dell’incoscienza: dopo la perdita del suo caro, sperimenta un vuoto incolmabile, dal quale può solo distrarsi momentaneamente.
Chi ha subito un lutto cade così nel vuoto, ritrovandosi metaforicamente nella disperata condizione vissuta dal giovane Fetonte[3], scagliato giù dal cielo, privo delle ali e impotente, verso la fragilità terrena.
Quando il vuoto è silenzio assordante
Il vuoto vissuto dai dolenti si lega anche al silenzio, un silenzio assordante, che urla e ti inchioda lì, come se non ci fosse più scampo:
“Sento il vuoto della casa, quando rientro la sera”. (Mara)
“E’ terribile il vuoto del letto accanto a me, non sentire più il suo respiro”. (Luigi).
“Giro a vuoto per casa, senza sapere cosa fare in quei giorni in cui io e mia madre ci davamo appuntamento per stare insieme. E cerco la sua voce”. (Carla).
“E’ insopportabile quel vuoto che sento quando entro in una stanza e nessuno sa cosa dirmi, quando mi vede”. (Francesca).
“Si è fatto il vuoto intorno a me da quando mio marito è morto e tutti gli amici sono spariti”. (Benedetta).
“Mi angoscia il vuoto che sento dentro di me, perché non c’è niente che possa riempirlo e che abbia ancora gusto. Tutto quello che prima mi affollava, ora tace”. (Giovanni).
Il vuoto che si fa spazio, una sfida per chi attraversa un lutto
Provate ad afferrare un bicchiere vuoto e vi accorgerete che il vuoto è anche spazio da riempire con buona acqua fresca, per esempio. Non solo: per riempire lo spazio, si crea del movimento. Il poeta latino Lucrezio scrisse: “Esiste uno spazio impalpabile, vuoto. Se non vi fosse, le cose non si potrebbero muovere.”[4]
Durante i Laboratori di scrittura biografica e autobiografica proposti dal servizio Rimanere Insieme a chi predilige la scrittura come canale elaborativo, è immancabile l’appuntamento con il poeta Rainer Maria Rilke che in Lettere a un giovane poeta scrive: “Guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita. La sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri”, rendendo così possibile abitare il proprio vuoto interiore come una stanza, da cui poi nascerà qualcosa di nuovo.
Anche Eugen Herrigel nel famoso libricino “Lo zen e il tiro con l’arco” celebra le virtù di questo vuoto fertile: “… nessun pensiero dell’io e del tu, dell’avversario e della sua spada, della propria spada e del modo di usarla, e perfino della vita e della morte turba più il cuore. Tutto è dunque vuoto: tu stesso, la spada sguainata e le braccia che la guidano. Anzi, non c’è più nemmeno il pensiero del vuoto. Da tale vuoto assoluto sboccia meravigliosamente l’azione… Aspetta allora pazientemente quel che viene e come viene”[5].
Ecco dunque, sembrano dirci sia Rilke che Herrigel, che lo spazio vuoto così terrorizzante per ogni essere umano – e ancor più per chi sta vivendo un lutto – può celare l’opportunità di un futuro movimento e di un’espansione[6] che possono arrivare quando meno ce lo aspettiamo, anche se ci sentiamo disperati. Come dimostra la storia di Patrizia.
Patrizia
Dopo alcuni colloqui individuali, Patrizia era approdata a uno dei nostri gruppi per elaborare la morte del marito Carlo.
Non c’era persona più inconsolabile di lei, ma aveva deciso lo stesso di chiedere aiuto, per andare fino in fondo a quel vuoto dentro e fuori di lei, stanca di sfuggirvi. Non sapeva bene come fare, ma aveva deciso di iniziare da qualcosa. E quel qualcosa era stato ADVAR.
Trascorsero tre anni. Un giorno Patrizia arrivò in gruppo, salutò come sempre, si sedette e disse all’improvviso: “Ho deciso di lasciare il gruppo. Sto meglio e voglio riprendere la mia vita da dove si era interrotta”.
Alle domande dei compagni stupiti che le chiedevano cosa fosse successo durante la settimana per renderla così decisa, lei rispose: “Stamattina è successo qualcosa di assolutamente speciale. Mi sono alzata come al solito e come al solito ho subito pensato a Carlo, a quanto eravamo felici insieme, a quanto mi mancasse e sono scoppiata a piangere. Niente di nuovo sotto il sole, mi sono detta. Poi sono andata alla finestra della camera per aprirla e arieggiare. E’ stato allora che l’ho udito. Era il canto di un uccellino, una melodia dolcissima. Io apro quella finestra ogni giorno e nel mio giardino ci sono molti uccellini che cantano, ma da quando è morto Carlo, non ci ho fatto più caso. Fino a stamattina. Quando mi sono resa conto di quello che era accaduto, ho pianto, per Carlo, per la mia vita, per il tanto dolore che mi porto dentro, ma questa volta anche per la gratitudine di ritornare di nuovo a stupirmi”.
Un lungo lavoro fatto su di sé, la pazienza, l’attesa, l’aiuto del gruppo e dei facilitatori hanno fatto sì che quel mattino, come un miracolo non preannunciato, il vuoto insopportabile di Patrizia si facesse ascolto, diventasse spazio e si riempisse di nuova vita.
Non si sa quando questo accadrà, ma prima o poi la Bellezza bussa sempre alle finestre chiuse.
dr.ssa Paola Fantin – équipe ADVAR Rimanere Insieme
[1] https://www.advar.it/news/sostegno-al-lutto/il-senso-di-colpa-nel-tempo-del-lutto/?_gl=1*o2hnwf*_up*MQ..*_ga*MTY5ODc0OTkzMy4xNzgyMzgwOTc4*_ga_ZDWN85LZ9H*czE3ODIzODA5NzgkbzEkZzEkdDE3ODIzODEwMjEkajE3JGwwJGgw
[2] Il termine latino vacuus è un aggettivo strettamente legato al verbo vacare, che significa “essere vuoto” o “sgombro”. Entrambi condividono la stessa radice indoeuropea che esprime l’idea di “mancanza” o “assenza di contenuto”.
[3] Era il figlio del Sole (Elios) e ottenne il permesso di guidare il carro solare per un giorno. Giovane e avventato però, si dimostrò inesperto nel gestire le redini e tenere a bada i cavalli di Apollo e così perse il controllo ed il carro si avvicinò troppo alla Terra asciugandone i fiumi, bruciando le foreste e incendiando il suolo, che in Africa divenne deserto e la pelle degli etiopi si colorò di nero. Zeus, sconvolto dalla distruzione, colpì il carro con un fulmine e fece cadere Fetonte nelle acque del fiume Eridano, dove annegò e fu compianto dalle sorelle Eliadi che dalla disperazione si trasformarono in pioppi e le loro lacrime si trasformarono in ambra. Ne parla il poeta Ovidio nel Libro II delle Metamorfosi (versi 1-332).
[4]Lucrezio, De rerum natura, II, 334-36.
[5] Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco, Adelphi Editore, p. 95
[6] La parola spazio deriva dal latino spatium che significa “estensione, espansione”.
